TRIAGE MARCH

acronimo del triage marche con icone descrittive

Il triage MARCH è un metodo semplice e rapido per riconoscere chi, in caso di grandi eventi, deve essere soccorso tempestivamente e con priorità rispetto alle altre vittime

TRIAGE

Anche i non addetti ai lavori hanno imparato ad utilizzare questo termine durante la pandemia.
Chi si occupa di soccorso invece con il triage ci convive ogni giorno, ben prima di qualsiasi tipo di quarantena.

TRIAGE è un termine francese e vuol dire “scelta”.
Nell’ambito del soccorso si utilizza per decidere l’ordine di trattamento di un ferito. Ovvero chi deve essere soccorso per primo e chi invece può essere soccorso in maniera differita, un po’ più tardi, poichè le sue condizioni non presentano un pericolo per la sua vita.

TRIAGE: NON TUTTI POSSONO ESSERE SALVATI

Questa prima informazione ci fa capire intanto che ci troviamo in una condizione in cui non possiamo soccorrere tutti contemporaneamente, e che le vittime coinvolte sono in numero maggiore rispetto ai soccorsi.

In caso di grandi eventi, duro da digerire, ma chi fa soccorso lo sa, capita che non sia possibile salvare tutti, e l’obiettivo diventa salvare il maggior numero di vite possibile.

Una situazione del genere si può verificare ad esempio in caso di attentato terroristico, dove ci sono molte vittime coinvolte, e i primi soccorsi sono dati dalle persone presenti sul luogo dell’attentato, che sono rimaste illese e prestano i primi soccorsi. E qui nascono 3 domande:
Chi soccorro per prima?
Come faccio a decidere?
Come posso soccorrere?

Le domande sono 3, la risposta è 1: applico il triage MARCH

TRIAGE MARCH

Il triage MARCH è uno dei pilastri del TCCC (Tactical Combat Casualty Care), che sono le linee guida militari degli Stati Uniti per il supporto vitale in causa di trauma in ambiente extra ospedaliero in contesti militari o tattici, il cui obiettivo è ridurre le morti evitabili e contestualmente portare a termine le operazioni militari con successo.

Quello che avete appena letto è il motivo per cui è nato il triage MARCH.
Col tempo si è visto che poteva essere applicato anche in contesti diversi da quelli militari, come ad esempio gli attentati terroristici, dove a causa del tipo di lesioni generate, le possibilità di decesso sono alte ma sono anche elevate le morti evitabili

TRIAGE MARCH: l’acronimo

Le lettere indicano cosa andiamo a verificare e l’ordine in cui lo facciamo. Partendo dalla M, passando alla A fino all’H. Il significato delle 5 lettere (dall’inglese):

  • M – Massive Hemorrage
  • A – Airway
  • R – Respiration
  • C – Circulation
  • H – Hypotermia/head Injury

Secondo questo protocollo le azioni da fare sono:

  • M: controllare la presenza di emorragie esterne potenzialmente letali ed eventualmente intervenire effettuando una pressione diretta sul punto della ferita, utilizzando un tourniquet, o una benda israeliana o tutte le procedure del nostro corso sul controllo delle emorragie che trovi qui.
  • A: controllo e apertura delle vie aeree con iperestensione del capo e utilizzo di una cannula nasofaringea
  • R: verificare ce si sono ferite perforanti al torace che non permettono la corretta espansione del polmone o rendono difficile la respirazione (es. Pneumotorace). Ove possibile utilizzare dei bendaggi con valvola unidirezionale o medicazione chiusa su tre lati
  • C: verificare la presenza di shock, aumento del battito cardiaco, frequenza del respiro, ansia, disorientamento, colorito, refill capillare.
  • H: prevenire l’ipotermia, mantenendo il corpo al caldo magari utilizzando un telino termico.

TRIAGE MARCH: basta possedere in IFAK

Leggendo tutto quello che vi abbiamo appena descritto potreste pensare che serva un’ambulanza di supporto. In realtà tutto quello che vi serve è un IFAK: Individual First Aid Kit, che non è altro che un piccolo borsello/cosciale dove potete inserire tutto quello che puo servirvi per soccorrere seguendo questo il protocollo del triage MARCH

Presto scriveremo un articolo anche su come costruire questo IFAK. Voi nel frattempo continuate a seguirci e iscrivetevi alla newsletter per restare aggiornati.

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Tragedia di Seul: i soccorsi nella maxi emergenza

ambulanze seul con molti feriti

Più o meno tutti abbiamo visto le immagini di quello che è accaduto a Seul in occasione di una parata di Halloween. Per semplificare, quello che è successo è che centinaia di migliaia di persone si sono riversate nelle strade, e hanno attraversato tra le altre una strada con una strettoia. La pressione di questa folla ha iniziato a schiacciare le persone contro le pareti e al suolo generando panico e fuggi fuggi generale.

Il bilancio al momento è di 153 morti e 82 feriti

Tragedia di Seul: cosa è una maxi emergenza

In gergo tecnico quello di Seul è stato un MCI: Mass Casuality Incident, un evento travolgente, che genera più pazienti di quanto le risorse disponibili localmente possano gestire utilizzando le procedure di routine. Ovvero non ci sono, almeno nell’immediato, abbastanza operatori o logistica per soccorrere adeguatamente tutte le vittime.

I MCI possono verificarsi in conseguenza ad un’ampia varietà di eventi: disastri (sia naturali che provocati dall’uomo), attacchi terroristici, collisioni di veicoli a motore, o manifestazioni come è stato per la strage di Seul.

La caratteristica di un MCI è il numero di vittime elevato, sufficiente per mettere in crisi il normale funzionamento dei servizi sanitari come ad esempio il servizio di Emergenza Urgenza 118 e i Pronto Soccorso.

E’ necessario ricordare che durante questi eventi il 118 non può dedicarsi esclusivamente al MCI, perchè nel resto del territorio servito, ci sarà comunque da gestire la quotidianità, l’ “ordinario” ovvero il soccorso a tutte le persone che accusano malori o sono vittime di altri incidenti e che meritano in egual modo di essere soccorsi.

Obiettivo del soccorso in caso di MCI

L’obiettivo primario in una situazione di un MCI o maxi-emergenza è quello di favorire
la sopravvivenza immediata del maggior numero di vittime con le risorse
disponibili.

Per semplificare, di fronte ad una vittima le cui probabilità di sopravvivenza sono
minime e che richiede l’utilizzo del 20% delle risorse disponibili, si privilegia il
trattamento di altri 10 feriti in condizioni meno compromesse e che
potrebbero peggiorare se non subito assistiti.

E’ un discorso eticamente difficile ma suffragato dal semplice ragionamento che ci porta a concludere che si potrebbero salvare dieci vite contro una.

Medicina delle catastrofi

La medicina delle catastrofi, di cui GOODFOR LAB è centro di formazione accreditato, prevede 3 strumenti per l’organizzazione dei soccorsi: strategia, logistica e tattica.

  • Strategia: è la definizioni del piano di soccorso
  • Logistica: che comprende il computo di personale, mezzi, dispositivi e strumenti per poter rendere operativo il piano
  • tattica: la messa in pratica del piano e l’esecuzione dei soccorsi

Fase della catena dei soccorsi in maxi emergenza

Fase di allarme

è la fase in cui viene ricevuta la notifica dell’evento. Fondamentale in questa fase è il ruolo degli operatori dei vari organi preposti (118, Vigili del Fuoco, Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Guardia costiera). In questa fase c’è già un’operatività interforze ovvero la centrale che riceve la prima telefonata, supponiamo il 118, dovrà valutare quale risorse inviare inizialmente e capire quali altri enti è necessario coinvolgere, per esempio le forze dell’ordine per la gestione della viabilità se compromessa o per organizzare problematiche di ordine pubblico.

Fase di intervento

In questa fase giungono sul posto i primi mezzi che dovranno dimensionare l’evento. Ovvero capire cosa è accaduto, valutare il numero di feriti e le problematiche possibili delle vittime (schiacciamento, intossicazione, politraumi, etc)

Fase di medicalizzazione

viene fatta traite un primo triage delle vittime, che non è il triage che ad esempio viene effettuato in pronto soccorso. Per il semplice fatto che visto il numero di vittime, non si può “perdere troppo tempo” con un singolo paziente.

Pur considerando 1 minuto di valutazione e triage per ogni paziente. Questo vuol dire che delle centinaia di vittime coinvolte, il trentesimo paziente verrebbe valutato dopo ben 30 minuti.

In questui casi si effettua Lo “sweeping triage” letteralmente Triage ampio (sweep vuol dire spazzare). Il significato è fare un triage che raccolga i codici colore in gruppo, rapidamente, come quando si passa una scopa.

In questo modo si riesce in poco tempo a Triagiare molti feriti e attribuendo un primo codice colore che ne identifica la gravità.

In questa fase di medicalizzazione viene anche individuata una zona di raccolta delle salve e il PMA per poi centralizzare i pazienti dove opportuno

Fase di coordinamento

Questa fase inizia con l’arrivo sul posto del DSS – Direttore dei Soccorsi Sanitari. In realtà la figura del DSS è assolta dal primo sanitario che giunge sulla scena, in attesa dell’invio sul posto di un professionista esperto in quel ruolo. Il DSS insieme alle altre figure direttive come il DTS – direttore tecnico dei soccorsi (vigili del fuoco) insieme ad un rappresentante qualificato della Polizia di Stato creeranno il PCA (posto di comando avanzato)

Fase di ricovero delle vittime

Si attiva l’evacuazione delle vittime verso gli ospedali più idonei al trattamento di quel paziente. In questa fase gli ospedali sono stati allertati e devono aver attivato il PEIMAF (clicca qui per approfondire l’argomento PEIMAF)

Fase intraospedaliera

Gli ospedali pre allertati hanno attivato il peimaf e creato o liberato posti letto e possono accogliere i pazienti.

Soccorsi in maxi emergenza: il caso di Seul

Una delle immagini che più ci ha colpito nei video che sono circolati in queste ore sono state quelle relative ai numeroso soccorritori occasionali che eseguivano il massaggio cardiaco alle vittime.

In particolari ci ha colpito un commento molto popolare il cui contenuto era qualcosa del tipo: “meno male che in corea sono in grado di eseguire la rianimazione cardio polmonare, chissà quante persone hanno salvato!”

Purtroppo non è così. In un contesto come quello della strage di Seul, quando vengono assegnati i codici colore per gravità, i famosi verde giallo rosso o nero, esiste anche il codice blu. Che in un pronto soccorso, o in un’ambulanza del 118 non sentirete, giustamente, mai pronunciare.

Il codice blu significa paziente non salvabile. In un contesto ordinario verrebbe trattato come un codice rosso. In una maxi emergenza la sua gravità delle sue lesioni è talmente alevata, che a causa delle scarsità di uomini e mezzi, si decide di rivolgere le cure a pazienti gravi ma che hanno maggiori possibilità di sopravvivenza.

Come detto in apertura, è un discorso eticamente difficile ma suffragato dal semplice ragionamento che ci porta a concludere che si potrebbero salvare dieci vite contro una.

CRISI EPILETTICA: COME SI INTERVENIRE

uomo disteso a terra colpito da crisi epilettica

CRISI EPILETTICA O EPILESSIA?

Spesso i 2 termini vengono scambiati. L’epilessia è una malattia, che è stata diagnosticata e una delle sue manifestazioni può essere la crisi epilettica.
Chi soffre di epilessia ha un elevato rischio di essere soggetto a crisi epilettiche nel tempo e nell’arco della propria vita.

La crisi epilettica invece è un sintomo ed è il termine con cui individuiamo il singolo episodio. Può manifestarsi a qualsiasi età e non possiamo prevedere se e quando se ne verificherà una seconda. Un soggetto infatti potrebbe avere anche una sola crisi epilettica nella vita, dovuta a motivi o condizioni patologiche che non affronteremo in questo articolo

CRISI EPILETTICA: QUANTO DURA

Durante una crisi epilettica c’è un’alterazione dello stato di coscienza e molto spesso movimenti involontari di tutto il corpo o solo di parte di esso. La crisi può avere una durata variabile da secondi a qualche minuto e non c’è modo di sapere quando terminerà.

La crisi epilettica spesso è anticipata da una serie di disturbi che il soggetto può riconoscere, definiti come AURA, in cui il paziente avverte senso di nausea, alterazione dello stato di coscienza e disturbi visivi (Scotomi).
Ciò vuol dire che un soggetto che ha avuto crisi epilettiche in passato, precedute dall’aura, potrebbe essere in grado si sapere in anticipo che sta per scatenarsi una crisi epilettica ed eventualmente comunicarlo a qualcuno dei presenti.

CRISI EPILETTICA: COSA FARE E COME INTERVENIRE

Spesso durante i nostri corsi ci viene chiesto come intervenire in occasioni di attacchi epilettici e purtroppo sentiamo le più svariate soluzioni e modalità di intervento e vogliamo provare a fare chiarezza.

Quando una crisi epilettica è iniziata, non c’è nulla che possiate fare se non aspettare che termini!

COSA NON FARE

Assolutamente sconsigliato provare ad aprire la bocca dell’infortunato e provare a somministrare liquidi. La lingua non viene “inghiottita” come spesso sentiamo dire. Come abbiamo detto ci sono spasmi muscolari, e l’apertura e la chiusura della bocca è possibile grazie ai muscoli, muscoli di cui il paziente in quel momento non ha il controllo, quindi rischierebbe di mordervi fino a tranciarvi un dito.
Tanto meno è utile, anzi molto pericoloso, somministrare liquidi e provare a dar da bere.

Non far stendere su di un lettino o qualcosa di alto da terra perchè gli spasmi potrebbero portarlo alla caduta con conseguenti traumi. A questo punto meglio farlo stendere per terra in modo da evitare la caduta.

Non provare a controllare le convulsioni o limitare i movimenti degli arti (gambe e braccia) o della testa e del collo, perchè rischiereste di provocare lesioni (anche la frattura).

COSA FARE

Potete provare a ridurre i traumi dovuti agli spasmi e agli urti, ad esempio posizionando un cuscino o qualcosa di soffice sotto la testa del paziente. Può essere utile togliergli gli occhiali e allontanare oggetti pericolosi. Un cappotto o altri indumenti morbidi possono tornare utili per creare una superfice più morbida.

Quando la crisi è terminata posizionatelo su un fianco (posizione laterale di sicurezza) con la testa iperestesa all’indietro, in modo da favorire la respirazione e facilitare il deflusso della saliva, che spesso in queste crisi viene prodotta in grandi quantità.

Valutare lo stato di coscienza al termine della crisi, provando a chiamare il soggetto.

FARMACI

Spesso chi soffre di epilessia porta con se dei farmaci, anche soggetti minorenni che li portano con loro a scuola. La somministrazione del farmaco può essere opportuna durante la crisi.
Somministrarla quando questa è già esaurita è inutile.
Prima di somministrare questi medicinali è opportuno aver condiviso le procedure con i genitori del soggetto previo parere medico.

LEGA ITALIANA CONTRO L’EPILESSIA

Se sei un paziente epilettico o un tuo parente ne soffre ti suggeriamo di consultare siti affidabili per reperire informazioni corrette, uno su tutti è la lega Italiana Contro L’Epilessia (LICE). Cliccando qui potrai accedere al loro sito internet

REDMAN: addestramento corpo a corpo

redman sistema di addestramento per forze dell'ordine

Cosa è il Redman?

Letteralmente, come avrete potuto intuire significa “uomo rosso”.
Ed effettivamente una volta indossato dall’operatore quello che vedrete è un’enorme uomo rosso.

Si tratta di un’armatura semi rigida di gomma pressata che permette agli operatori di addestrarsi in vari contesti operativi, come tecniche difensive a mani nude, utilizzo di manganelli, sfollagente, spray urticante o qualsiasi mezzo atto ad offendere.

Redman: come è fatto

La caratteristica principale del redman come strumento di addestramento è dovuta al fatto che non ci si addestra contro un manichino, ma contro una persona reale, che quindi può muoversi, può simulare un attacco con un coltello, può difendersi e può reagire alle azioni dell’operatore.
In poche parole permette di simulare come si comporterebbe un vero aggressore.

D’altro canto, vista l’imbottitura e la protezione che offre a chi lo indossa, permette a chi si sta addestrando di imparare realmente delle tecniche anche utilizzando strumenti come il baton, che su una persona reale non potrebbe utilizzare.

É modulare, quindi è possibile aggiungere o togliere dei pezzi. Casco, parastinchi, guanti, pettorina, calzari. In questo modo si può scegliere quale livello di protezione offrire, e si aggancia con dei velcri quindi ci si può vestire e svestire con molta semplicità.

SICUREZZA

É innegabile che chi indossa il redman durante l’addestramento potrebbe avere un pò di timore vedendosi attaccato, ma il redman nasce proprio con l’obiettivo primario di proteggere chi lo indossa, offrendo:

  • massima copertura del volto
  • totale copertura di viso, collo, nuca e testa
  • Sistema di dispersione degli urti e dei colpi

Da molti anni ormai anche in Italia sono previsti dei veri e propri “circuiti Redman” nelle attività formative, specialmente per l’addestramento in contesti di ordine pubblico.

Redman: video addestramento corpo a corpo

Vi lasciamo a questo breve video dove potrete vedere come il redman viene utilizzato dagli operatori

Dal furto con spaccata al “car ramming attack”. Come va gestito il soccorso sanitario in caso di attentati con autoveicoli

attacco terroristico con autoveicolo

Siamo ormai abituati alla modalità di assalto con utilizzo di autovetture o camion allo scopo di sfondare cancelli o vetrate di banca oppure svellere Bancomat a scopo di rapina. Se prima la vedevamo nel grande schermo, onnipresente nei film d’azione, pian piano è diventata argomento sempre più presente nella cronaca nera.

A livello internazionale si parla sempre più di vehicle-ramming attack, un nome complesso per definire un’azione abbastanza semplice: un autoveicolo che viene deliberatamente proiettato in velocità sulla facciata (generalmente nei punti più vulnerabili, come porte, portoni e vetrate) di un edificio per demolirlo, al fine di penetrare ed eventualmente commettere un furto con scasso o una rapina, oppure contro un altro veicolo. Nel gergo italiano invece il nome di questi episodi viene identificato come “furto con spaccata”



A seguito di questa manovra, la funzionalità del veicolo risulta naturalmente quasi del tutto
compromessa, e infatti i mezzi utilizzati sono spesso rubati, di grande formato, 4×4 o furgonati.

Nell’ultimo periodo si è assistito a un’inversione di tendenza: accanto alle azioni finalizzate alla rapina, la manovra è stata utilizzata a puro scopo terroristico Gli attentati terroristici con autoveicolo. o altri mezzi mobili sono rivolti così non più all’edificio e a ciò che custodisce, ma contro le persone, a scopo di generare, assieme a morti e feriti, panico e terrore.

Attentati terroristici con autoveicolo

Questo tipo di attacco terroristico è stato particolarmente utilizzato in Israele, Stato in cui le misure di sicurezza contro le bombe sono molto elevate: le autovetture sono state utilizzate specialmente contro gruppi di persone in attesa dei bus.
Attualmente, a seguito di alcune esortazioni da parte di organizzazioni terroristiche di estremisti islamici quali ISIS e Al Qaeda, le automobili e i furgoni hanno quasi sostituito le bombe a livello di metodologia di attacco nei Paesi Occidentali.

Il mezzo, spesso rubato, consente anche ai terroristi non esperti nel confezionamento di ordigni di causare molte vittime, se lanciato a tutta velocità in zone con un’elevata concentrazione di pedoni. Talvolta il conducente, armato, continua a lasciare una scia di sangue scendendo dalla vettura e proseguendo, spostandosi a piedi, a colpire i passanti (es. attentato al mercatino di Natale a Berlino).

Purtroppo alle minacce dell’estremismo islamico sono seguiti anche contrattacchi rivolti contro la comunità musulmana da parte di persone in cerca di vendetta (es. attentato vicino alla moschea a Londra).
Un’ulteriore minaccia è data dal clima di paura che si crea nella popolazione. Considerando il numero dei morti che porta con sé, siamo abituati a considerare l’atto terroristico come un evento contro istituzioni e persone che ha come effetto, tra gli altri, quello della perdita delle vite umane.

L’unico trattato multilaterale che contenga una definizione di terrorismo è la Convenzione contro il terrorismo della Organizzazione della Conferenza Islamica del 1999 [1]. In realtà in precedenza la Società delle Nazioni nel 1937 aveva definito gli attentati terroristici come «atti criminali diretti a creare uno stato di terrore nelle menti di determinate persone, o di un gruppo di persone o della popolazione» [2].
In questa definizione la perdita delle vite umane non è assolutamente contemplata. Un esempio degli effetti della diffusione del terrore è quanto accaduto a Torino in occasione della visione della finale di Champions League sul maxischermo in piazza San Carlo.
Una causa sulla quale ancora non si è riusciti a far luce (petardo, caduta di una transenna, spray urticante o rumore del sistema di areazione del parcheggio sotterraneo) ha fatto pensare a un attentato e ha scatenato il panico generalizzato, provocando la morte di una persona e più di 1500 feriti.

Questa è la forza del terrorismo: autoamplificarsi, entrare nella testa della gente e trasmettersi come un virus, creando gli effetti di un attentato terroristico (panico, feriti, morti e stress per le strutture di emergenza) anche quando l’attentato non c’è.

Nonostante le misure di sicurezza che negli ultimi anni sono state messe a punto (es. l’Hostile Vehicle Mitigation [3] e Vehicle Security Barrier in Inghilterra), la protezione dei soft target per eccellenza – così vengono definiti i normali cittadini – resta di difficile realizzazione. Infatti si possono bandire armi, esplosivi e altri ordigni destinati a offendere, ma le automobili o altri mezzi più pesanti sicuramente no.

Da europei dovremo abituarci all’idea che gli attacchi saranno frequenti e che purtroppo le morti per terrorismo dovranno esser messe inevitabilmente in conto come quelle per gli incidenti stradali.
Alcuni Paesi che convivono con una minaccia continua, come ad esempio Israele, sembrano ormai temprati nei confronti di questo pericolo, e hanno affinato tecniche di intervento sicuramente più incisive delle nostre in tema di soccorso alle vittime.

Alcuni significativi attentati con autoveicoli degli ultimi dieci anni

  • Giugno 2007, Glasgow: il terminal principale dell’aeroporto viene colpito da una Jeep piena di taniche di propano che, fortunatamente, provoca la morte di una sola persona: uno dei due jihadisti coinvolti
  • Aprile 2009, Olanda: un cittadino olandese in automobile falcia gli spettatori della parata del Giorno della Regina, uccidendo 7 persone e morendo lui stesso poco dopo in ospedale
  • Maggio 2013, Londra: un auto investe un soldato, che viene poi ucciso dai conducenti a colpi di machete
  • Ottobre 2014, Canada: un auto si lancia contro un gruppo di militari, uccidendone uno
  • Dicembre 2014, Digione: un veicolo viene lanciato contro la folla, causando 13 feriti
  • Dicembre 2014, Nantes: un auto si lancia contro degli astanti durante una fiera di Natale, causando 1 morto e 10 feriti
  • Giugno 2015, Graz: un uomo alla guida di un Suv causa 3 decessi e il ferimento di 108 persone
  • Gennaio 2016, Valence: un veicolo si lancia contro un gruppo di militari di sorveglianza davanti a una moschea, causando 3 feriti
  • Luglio 2016, Nizza: un camion viene lanciato ad alta velocità contro la folla che festeggia la presa della Bastiglia causando 86 morti e 434 feriti. Il conducente esplode anche colpi di mitra
  • Dicembre 2016, Berlino: un camion si abbatte a tutta velocità contro un mercatino di Natale, provocando la morte di 12 persone e il ferimento di altre 56, molte delle quali in modo gravissimo
  • Gennaio 2017, Gerusalemme: 4 soldati israeliani vengono uccisi e 15 feriti da un camion che piomba su di loro all’improvviso. Dopo averli falciati al primo attacco, l’autista continua a investirli anche in retromarcia finché viene, a sua volta, ucciso
  • Marzo 2017, Londra: una macchina viene lanciata contro i pedoni lungo il Westminster Bridge e Bridge Street, ferendo più di 50 persone, di cui 4 letalmente. Terminata la corsa, il conducente esce dall’auto e colpisce a morte un poliziotto, prima di essere ucciso
  • Aprile 2017, Stoccolma: un camion viene condotto contro la folla in una via pedonale, uccidendo 5 persone e ferendone gravemente 14
  • Giugno 2017, Londra: un furgone viene lanciato contro i pedoni sul London Bridge e i tre assalitori, prima di essere uccisi, continuano a colpire i passanti a piedi con lunghi coltelli, causando la morte di 8 persone e il ferimento di 48, prima di essere uccisi dalla polizia
  • Giugno 2017, Londra: un furgone viene lanciato in un parco vicino a una moschea, ferendo almeno 8 persone e uccidendone una

Fasi dell’investimento classico

Nell’investimento tipico di un pedone, ovvero quello del pedone investito da un’autovettura in
movimento, si distinguono 5 fasi che si susseguono in tutto o in parte e alle quali possono
corrispondere precisi complessi lesivi (Tabella I):

  1. fase dell’urto;
  2. fase della proiezione con successivo abbattimento al suolo;
  3. fase della propulsione;
  4. fase dell’arrotamento;
  5. fase del trascinamento.
FASELESIONI CARATTERISTICHE
Urto Lesioni contusive in distretti corporei
diversi a seconda dell’altezza del
soggetto colpito
Proiezione con
successivo
abbattimento al suolo
Lesioni da impatto e da strisciamento
sull’asfalto con ampie zone abrase,
spesso infiltrate da particelle di manto
stradale
PropulsioneLesioni contusive (ecchimosi,
escoriazioni, ferite lacere)
ArrotamentoFratture del torace, del rachide, del
bacino, lesioni viscerali e degli organi
interni da maciullamento, associate a
imponenti emorragie (politrauma)
TrascinamentoVaste aree ecchimotico-escoriate sino
all’esposizione e all’usura dei piani ossei
sottostanti
Lesioni tipiche in caso di investimento di pedone

Nella fase dell’urto prevalgono le lesioni contusive dovute all’impatto del mezzo con il corpo; talvolta è possibile rinvenire ecchimosi a stampo che riproducono la morfologia del paraurti o del fanalino. Uno stesso veicolo può causare fratture degli arti inferiori in un adulto e lesioni al bacino o al torace in un bambino. La sede e la localizzazione delle lesioni sono in grado di informare circa il tipo di automezzo investente, ma soprattutto circa la gravità e l’urgenza con cui le lesioni devono essere trattate.

La fase di proiezione con abbattimento al suolo si compie a basse velocità, per trasmissione dell’energia cinetica dalla vettura al corpo, che viene proiettato in avanti abbattendosi al suolo. Alle lesioni prodotte dall’urto, vanno quindi ad aggiungersi le lesioni dovute all’impatto con il suolo, nonché allo strisciamento sull’asfalto con ampie zone abrase, spesso infiltrate da particelle di manto stradale.

La fase di propulsione si realizza quando il pedone, proiettato al suolo, è nella traiettoria dell’auto e viene nuovamente a contatto con il paraurti o con le parti meccaniche del mezzo investitore. Tale fase, che precede l’arrotamento, è caratterizzata da lesioni contusive.

La fase di arrotamento, generalmente immediatamente susseguente alla propulsione, è provocata dalle ruote del mezzo che procede nella sua corsa. A seguito dell’arrotamento, per effetto della energia cinetica il corpo viene proiettato all’indietro generalmente sotto il mezzo e spesso arrotato anche dalle altre ruote. Durante tale fase si originano fratture del torace, del rachide, del bacino, lesioni viscerali e degli organi interni da maciullamento, associate ad imponenti emorragie, generando quindi un quadro di politrauma.

La fase del trascinamento si realizza qualora parti del corpo o degli indumenti, impigliandosi nelle parti meccaniche posteriori del mezzo, ne inducano il trascinamento, determinando la formazione di vaste aree ecchimotico-escoriate sino all’esposizione e all’usura dei piani ossei sottostanti. Le lesioni osservate nei bambini sono sempre più gravi a causa della loro altezza e in quanto vengono coinvolti immediatamente il cranio e il torace.

La gestione dell’emergenza

Le lesioni provocate dal veicolo investitore possono essere aggravate da un’errata immobilizzazione di parti fratturate o da una mancata stabilizzazione di un’emorragia interna che porta la vittima al dissanguamento. Ciò può essere evitato facendo ricorso al sistema di emergenza sanitaria e non al trasporto spontaneo da parte degli astanti (fenomeno che avviene, nella realtà, in circa il 50% delle vittime e che purtroppo non potrà mai essere completamento abbattuto).

Inoltre occorre tenere presente che tra le vittime che giungono al Pronto Soccorso potrebbe celarsi anche un attentatore munito di giubbetto o zaino esplosivo.

A livello clinico, nel caso di attentati con autoveicoli, ci si deve aspettare di trovarsi di fronte non solo alle lesioni proprie del trauma stradale in cui la vittima è il pedone, ma anche a lesioni più gravi perché, a differenza dell’incidente stradale in cui il veicolo viene fermato dallo stesso conducente, in questi casi il conducente non accenna minimamente a frenare, anzi spesso avanza zigzagando per colpire quanti più obiettivi possibile e mette in atto manovre per ripassare sui corpi travolti.

Inoltre è possibile rinvenire in soggetti non direttamente coinvolti dall’attacco lesioni da schiacciamento e da abbattimento al suolo dovute alla fuga originata dal panico generalizzato.

I rischi

Come in qualsiasi forma di aggressione collettiva su una strada pubblica, occorre tener presente quali sono i rischi principali:

  • rischio evolutivo in un contesto di terrorismo: uso contemporaneo di armi da fuoco;
  • auto e conducente sono sul posto: rischio di esplosione e/o di incendio da armi da fuoco;
  • solo auto sul posto e conducente fuggito: pericolo di esplosione per ordigno innescato.

Benché l’attuazione di misure di sicurezza spetti alle forze dell’ordine, in condizioni di emergenza quali quelle di un vehicle-ramming attack, la sicurezza per i soccorritori può essere compromessa.

I soccorritori devono essere in grado di effettuare una valutazione rapida del numero delle vittime e della loro distribuzione nello spazio. In questo genere di attacchi, gli scenari possibili sono 2:

  1. il veicolo ha continuato la sua corsa travolgendo tutti i pedoni incontrati: le vittime sono distribuite lungo il suo percorso (es. attacco a Nizza);
  2. il veicolo è stato bloccato immediatamente dopo l’impatto: le vittime sono concentrate in un piccolo spazio (es. attacco a Berlino).

Inoltre spesso questi scenari sono caratterizzati dalla presenza di mass media, che contribuiscono, involontariamente, a ingigantire l’effetto panico mentre i terroristi sono ancora all’opera.

Le strategie di soccorso e di assistenza

Il protocollo per la gestione delle maxi-emergenze prevede che occorra [4-7]:

  • raggruppare le vittime coscienti in grado di muoversi da sole o con l’aiuto di una terza persona in un’area considerata sicura, mentre le vittime rimaste sul campo saranno aiutate quando saranno raggiunte;
  • attivare un piano preordinato; ogni Prefettura ha predisposto piani specifici per eventi calamitosi, ma ancor più ha predisposto, con il concorso di tutti gli Enti e le Istituzioni che prendono parte ai soccorsi, un piano di Difesa Civile in cui sono contemplati diversi scenari possibili e ipotizzabili che vanno dall’attacco con uso di sostanze chimiche a quello con esplosivi. Il piano è costituito da tre grandi capitoli: strategia, tattica e logistica;
  • controllare le lesioni dominanti con priorità per: traumi cranici, lesioni ossee, lesioni dei tessuti molli ed emorragie. Questo controllo si avvale delle procedure di Triage, processo logico-valutativo che porta a identificare quali vittime devono essere trattate per prime, quali devono essere evacuate per prime e quali invece hanno necessità di essere stabilizzate in loco;
  • schierare uno o più Posti Medici Avanzati (PMA) secondo necessità per la stabilizzazione precoce e per non sovraccaricare di feriti gli ospedali vicini;
  • garantire supporto psicologico a vittime, parenti e soccorritori.

Occorre ricordare che i traumi complessi, con concomitante lesione dei vasi, risultano di difficile gestione e che la scelta di salvare o amputare un arto è particolarmente difficile anche per i chirurghi più esperti.

L’evoluzione della microchirurgia vascolare e lo sviluppo di nuovi mezzi di sintesi hanno permesso di rendere tecnicamente possibile il salvataggio degli arti anche in casi estremamente complessi, come ad esempio in presenza di un’importante sindrome da schiacciamento, che una decina di anni fa avrebbero giustificato l’amputazione.

Per contro, poiché in tali tipologie di attacco si possono riscontrare casi di amputazione traumatica di arti o parti di essi, spesso ci si può trovare di fronte alla decisione di proporre il reimpianto di un arto. Quindi è utile conoscere la logica comportamentale da tenere in tali casi:

  • stabilizzazione delle condizioni generali (ATLS – Advanced Trauma Life Support);
  • identificazione del meccanismo di lesione;
  • lavaggio con liquido di perfusione tissutale freddo (ipotermia e rischio del danno da riperfusione);
  • protezione dell’arto amputato in busta di plastica chiusa, immerso in ghiaccio tritato (evitare il contatto diretto).

Gli aspetti medico legali

Per quanto riguarda gli aspetti medico-legali, tutti gli attori del soccorso possono e devono partecipare alla preservazione delle prove, quali documenti di identità, oggettistica e vestiario, che possono essere determinanti nell’identificazione delle vittime (sia morti sia feriti) da parte della polizia, spesso già resa più difficile dalla presenza di turisti di nazionalità diverse (es. attentati di Nizza e Berlino).

Tutti i componenti delle squadre di soccorso sono vincolati dal segreto professionale. Dichiarazioni e testimonianze fuori luogo, così come la circolazione di immagini sul web non autorizzate, possono generare problemi di privacy. Pertanto solo il personale autorizzato può rilasciare dichiarazioni.

Gli effetti psicologici sul personale di soccorso

In caso di vehicle-ramming attack, il personale di soccorso si trova repentinamente e senza preavviso a dover affrontare una situazione altamente stressante. È necessaria un’elevata capacità di adattamento del proprio corpo e della propria mente per fronteggiare questa situazione di emergenza. Le implicazioni psicologiche colpiscono prevalentemente gli operatori che intervengono per primi. Possono poi concorrere ulteriori fattori ad amplificare lo stress, quali l’eventuale coinvolgimento di colleghi e amici. Come precedentemente evidenziato, gli stessi operatori sanitari possono rischiare di diventare vittime se l’attacco viene proseguito o ripetuto.

A seguito di tali eventi e spesso durante il verificarsi degli stessi, l’intervento di psicologi esperti in intervento nelle maxiemergenze risulta prezioso. Facendo tesoro di esperienze di altri, sarebbe utile non limitarsi a un debriefing, ma inserire sedute di formazione per i componenti di quelle squadre di soccorritori che più facilmente di altre, per posizione geografica o situazioni contingenti, hanno maggiori possibilità di intervenire in tali scenari complessi.

Bibliografia

  • 1. Organization of the Islamic Conference. Convention of the organisation of the islamic conference on combating international terrorism. Disponibile all’indirizzo www.oic-cdpu.org/en/getdoc/?dID=13 (ultimo accesso luglio 2017)
  • 2. Zolo D. Una nozione alternativa di terrorismo. Jura Gentium 2009; rubrica Filosofia e storia del diritto internazionale. Disponibile all’indirizzo http://www.juragentium.org/topics/thil/it/terror.htm (ultimo accesso luglio 2017)
  • 3. Centre for the Protection of National Infrastructure. Hostile Vehicle Mitigation. Disponibile all’indirizzo https://www.cpni.gov.uk/hostile-vehicle-mitigation (ultimo accesso luglio 2017)
  • 4. DPR 27 marzo 1992. Atto di indirizzo e coordinamento alle Regioni per la determinazione dei livelli di assistenza sanitaria di emergenza. GU n. 76 del 31/3/92, Serie Generale
  • 5. Comunicato relativo al decreto del Ministro dell’Interno delegato per il coordinamento della protezione civile 13 febbraio 2001, concernente: Adozione dei Criteri di massima per l’organizzazione dei soccorsi sanitari nelle catastrofi. GU n. 81 del 6/4/2001, Serie Generale
  • 6. Presidenza del Consiglio dei Ministri. Dipartimento della protezione civile. Servizio Rischio Sanitario e Ambientale. Criteri di massima sugli interventi psicosociali da attuare nelle catastrofi. Anno 2009. Disponibile all’indirizzo http://www.psicologiperipopoli.it/files/Criteri_di_massima%20(interventi%20psicosociali).pdf (ultimo accesso luglio 2017)
  • 7. Manuale Nazionale per la gestione delle crisi approvato con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 24 marzo 1994

OBBLIGO DEFIBRILLATORE: CHI DEVE POSSEDERLO

obbligo defibrillatore

COSA DICE LA LEGGE

La normativa di riferimento è la legge 116 del 4 agosto 2021, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 13/8/2021, entra in vigore dal 13/9/2021. Si tratta della norma salva-vita che prevede l’installazione dei DAE (defibrillatori automatici semiautomatici) nei luoghi pubblici.

CHI HA L’OBBLIGO DI DETENERE UN DEFIBRILLATORE

La legge prevede che la presenza di un defibrillatore deve essere garantita presso:

  • tutte le amministrazioni pubbliche che abbiano almeno 15 dipendenti e che abbiano rapporti con il pubblico, in particolare presso:
    • Sedi dello Stato
    • Scuole, istituti di ogni ordine e grado
    • Provincie, Regioni, Comuni, Comunità montane
    • Università
    • Case popolari
    • Camere di commercio, industria, artigiano e agricoltura
    • Enti e strutture del Servizio Sanitario Nazionale (SSN)
    • ARAN (Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle pubbliche amministrazioni)
    • Agenzie pubbliche

oltre queste amministrazioni pubbliche c’è l’obbligo del defibrillatore presso:

  • Aeroporti
  • Stazioni ferroviarie
  • Porti
  • A bordo di mezzi di trasporto aerei, ferroviari, marittimi, extraurbano

OBBLIGO DEFIBRILLATORE IN STRUTTURE PRIVATE

É opportuno ricordare che esistono diversi luoghi o attività per i quali è prevista la presenza di un defibrillatore. In questo caso la norma id riferimento è il Decreto del Ministero della Salute del 24 aprile 2013, che obbliga, dal 30 giugno 2017, le società sportive professionali e dilettantistiche a disporre dei defibrillatori DAE durante le competizioni sportive, durante gli allenamenti oltre che dei relativi operatori addestrati negli impianti sportivi permanentemente o temporaneamente utilizzati attraverso un corso BLSD.

OBBLIGO DEFIBRILLATORE: CHI PUO’ UTILIZZARE IL DAE?

Per utilizzare il defibrillatore semiautomatico esterno (DAE) è necessario seguire un corso di BLSD.

per avere maggiori informazioni sul corso puoi contattarci, cliccando qui, per avere i dettagli del nostro corso accreditato presso la regione.

DEFIBRILLATORE NELLO STUDIO ODONTOIATRICO

defibrillatore studio odontoiatrico

Gli studi odontoiatrici, a seconda della regione in cui insistono, hanno obblighi di legge differenti. Uno in particolare è quello che regola la presenza del defibrillatore all’interno di uno studio odontoiatrico e della necessità di essere in possesso del corso BLSD.

In questo articolo affrontremo la questione defibrillatore – studio odontoiatrico in Regione Puglia.

La normativa

La normativa che ci riguarda è la numero 43 del 27-03-2020 pubblicata sul bollettino ufficiale della Regione Puglia in cui viene ribadito nella sezione REQUISITI TECNOLOGICI che all’interno dell’ambulatorio odontoiatrico è presente:

  • almeno un apparecchio radiologico per radiografi e endorali;
  • un’autoclave per la sterilizzazione dello strumentario idonea alla sterilizzazione di dispositivi medici cavi e porosi;
  • riunito odontoiatrico in regola con le norme vigenti.
  • Vengono correttamente utilizzate le seguenti misure barriera : guanti monouso, visiere per la protezione degli occhi, naso, bocca oppure occhiali a lenti larghe e mascherina.
    Viene garantito per ogni utente l’util izzo di strum enti sterili e il materiale disinfettato o sterile viene adeguatamente conservato.

    “Deve essere presente l’attrezzatura essenziale per il pronto soccorso e per la rianimazione
    cardiopolmonare di base (pallone auto-espansibile e/o va e vieni per respirazione assistita, set di maschere facciali e cannule orofaringee, sfigmomanometro e fonendoscopio, laccio emostat ico siringhe e farmaci di pronto intervento, materiale per medicazione).
    Oltre alla dotazione di cui sopra, devono essere presenti: defibrillatore semi-automatico , pulsossimetro, aspiratore e strume ntazione per il monitoraggio dei parametri vitali.”

Corso BLSD per odontoiatri

Nella sezione REQUISITI ORGANIZZATIVI della stessa normativa si approfondisce invece il capitolo formazione che afferma quanto segue

Durante l’orario di apertu ra dello studio deve essere garantita la presenza di un operatore in possesso di idoneità all’uso del defibrillatore semiautomatico.”

Il corso che insegna ad utilizzare il defibrillatore e le tecniche di rianiamzione cardio polmonare è il corso BLSD.


Conclusione

Lo studio odontoiatrico in Regione Puglia ha l’obbligo di detenere un defibrillatore semiautomatico esterno DAE e garantire la presenza di personale formato al suo utilizzo.

Se sei un odontoiatra è hai bisogno di consulenza in materia di defibrillazione, o per sostituire placche scadute del tuo defibrillatore, sostituzione delle batterie perchè scadute, formazione accreditata contattaci cliccando qui.

Ti guideremo nella scelta del tuo defibrillatore evitandoti di incappare in fregature o apparecchi eccessivamente onerosi rispetto alle tue necessità.

Contattaci!

MANUTENZIONE DEL DEFIBRILLATORE: IN COSA CONSISTE?

MANUTENZIONE DEL DEFIBRILLATORE

DEFIBRILLATORE SEMI AUTOMATICO O MANUALE?

Per molti la differenza non è chiara quindi è opportuno fare una distinzione.

defibrillatore semiautomatico dae colegato su un manichino per rcp

I defibrillatori manuali sono quelli che sono presenti negli ospedali o utilizzati dal 118. Per intenderci quelli in cui i sanitari afferrano le placche (simili a dei ferri da stiro) e prima di erogare la scaricano ordinano a tutti di allontanrsi el momento dello shock gridano “scarica!”

In questo articolo parleremo dei defibrillatori semiautomatici DAE (simile a quello in foto), che sono quelli presenti nelle palestre, stabiimenti balneari, uffici pubblici, nelle piazze, ovvero in quei luoghi dove personale possibilmente addestrato con un corso BLSD possa essere in grado di utilizzarlo e intervenire.

In cosa consiste la manutenzione del defibrillatore?

Come molti altri strumenti che siamo abituati a sottoporre a controlli e verifiche come l’automobile o la caldaia, anche il defibrillatore necessita di manutenzione, anche perchè nell’ipotesi che si renda necessario il suo utilizzo deve essere pronto all’uso e performante.

Autotest

tutti i defibrillatori semi automatici, più comunemente chiamati DAE, hanno una funzione di autotest e autovalutazione della funzionalità.

Ciò vuol dire che in maniera periodica, alcuni anche ogni giorno, i DAE eseguono un controllo su se stessi per verificare che tutto funzioni correttamente. Nell’ipotesi che dovesse verificarsi un’anomalia, sarà il defibrillatore stesso a segnalarci tramite una spia luminosa o un suono che c’è qualche difetto nel funzionamento.

Manutenzione del defibrillatore: i consumabili

Sono comunemente chiamati consumabili i componenti del defibrillatore che vanno incontro a deterioramento e vanno sostituiti o ripristinati nella loro funzionalità. E si tratta delle placche, o elettrodi, e delle batterie. Vediamoli singolarmente

Placche del defibrillatore scadute

Per collegare il defibrillatore al paziente è necessario l’utilizzo delle placche (anche detti elettrodi) che vengono attacati al torace del paziente. Le placche sono 2, collegate tra loro da un cavo e sono adesive.

Sulla superficie interna delle placche, quella che andrà a contatto con il paziente è presente un gel che favorisce l’adesività e la conduzione della corrente. Col passare del tempo questo gel perde la sua funzionlità rendendo le placche non più performanti, e perciò le placche andranno sostituite.

Solitamente le placche sono garantite per 2 anni, trascorsi i quali le placche scadono.
È quindi fondamentale sapere se le placche del nostro defibrillatore sono a norma. Ed è di competenza del proprietario del DAE garantirne la funzionalità

Se vuoi sapere se le tue placche sono funzionanti o vanno sostituite puoi scriverci cliccando qui o mandarci una foto del tuo defibrillatore e delle placche (foto fronte e retro) anche via whatsapp, cliccando qui .

Batteria del defibrillatore

Altro componente del DAE che tende a consumarsi e a non mantenre il defibrillatore a norma è la batteria.

La durata delle batterie varia da un defibrillatore all’altro, solitamente hanno una durata di 5 anni., anche se alcuni hanno una garanzia di funzionamento di 6 anni.
Una batteria carica e operativa permette ovviamente al defibrillatore di accendersi, ma anche di erogare uno shock di intensità adeguata qualora dovesse essere utilizzato.

Alcuni DAE quando la batteria è scarica ce lo segnalano, altri no, quindi sarà nostra cura assicurarci della perfetta carica della stessa.

Anche in questo caso se hai bisogno di assistenza puoi contattarci cliccando qui.

Come riconoscere una persona che annega: tutto quello che vi hanno fatto vedere nei film è sbagliato.

mare con manno che esce dall'acqua come se una persona stesse annegando

Come aiutare una persona che annega

Piccola nota: per annegare non c’è bisogno di fare una lunga nuotata a largo e distanti dalla costa.
Sotto i 15 anni, la prima causa di annegamento è l’incidente stradale.
La seconda è l’annegamento, e un annegamento su due avviene a 20 metri di distanza da un adulto.

L’annegamento cosa è:

Semplificando al massimo il concetto: l’annegamento si ha quando si inspira una certa quantità di acqua (o fluido in genere) entra nei polmoni, e questo liquido si sostituisce all’aria (e quindi all’ossigeno) all’interno di essi.

Non scendiamo nei particolari ma sappiate che bere acqua dolce (al lago) e bere acqua salata (a mare) è diverso proprio per la presenza del sale.
In acqua dolce la morte avviene in 3-5 minuti.
In acqua di mare, per questioni osmotiche, avviene in 5-7 minuti.

Come si comporta una persona che annega:

Dimenticate gente che grida e gente che si sbraccia. Se grida e si sbraccia si trova in una fase che precede il vero e proprio annegamento (anzi forse non sta neanche annegando).

Questo è ciò che succede quando una persona annega:

Casi particolari a parte, una persona che annega è fisiologicamente incapaci di chiedere aiuto.
Parlare o gridare presuppone un passaggio di aria, e il nostro sistema respiratorio è fatto per respirare.
Respirare è la sua funzione primaria.
Parlare è una funzione secondaria.
Bisogna riuscire a respirare prima di poter parlare.
Immaginate di essere in acqua e di avere difficoltà nello stare a galla. mentre cercate di tenere la testa fuori dall’acqua la prima cosa che farete sarà prendere una bella boccata d’aria, cioè inspirerete aria, mentre per gridare “aiuto” bisogna espirare.

Il nostro istinto di sopravvivenza ci porterà a respirare, a prendere aria, piuttosto che a gridare, e cacciare fuori aria.

La testa di una persona che annega fa su e giù dal pelo dell’acqua.

La bocca non sta fuori dall’ acqua abbastanza a lungo per inspirare, espirare o chiedere aiuto. E inoltre non essendo l’individuo in grado di respirare, ogni volta che la sua bocca sarà fuori dall’acqua, ne approfitterà per respirare e non per gridare aiuto.

Una persona che annega non sbraccia e non tiene le mani e le braccia fuori all’acqua

Ricordate, l’obiettivo primario è restare a galla o per lo meno spingersi in alto a bastanza per far emergere la bocca fuori dall’acqua per respirare.E per fare questo le braccia staranno sotto l’acqua, nel tentativo di riemergere.

La persona non riesce a nuotare in nessuna direzione.

La reazione istintiva all’annegamento fa si che l’individuo non sia in grado di fare nessun altro movimento che non sia quello di aiutare a mantenerlo a galla. L’individuo quindi nelle prime fasi non farà altro muoversi in verticale, facendo su e giù. Dall’esterno vedrete una testa che emerge e riemerge in continuazione dalla superficie dell’acqua per 30-60 sec., poi c’è l’annegamento.

Come vedrete dall’esterno una persona che annega

L’annegato, visto dall’esterno si presenterà con alcune di queste caratteristiche:

  • Farà su e giù dal pelo dell’acqua, come un tappo di sughero
  • La testa bassa nell’acqua, con la bocca al livello dell’acqua
  • La testa piegata all’indietro e la bocca aperta
  • Occhi vitrei e inespressivi, che non guardano niente, oppure occhi chiusi
  • I capelli sugli occhi
  • Iperventilazione o difficoltà nel respirare
  • Proverà a girarsi sulla schiena
  • Sembrerà arrampicarsi su una scala invisibile

Esiste una corso professionalizzante, che è quello del bagnino. E ci sono dei motivi.
Una persona che annega vuole vivere, si aggrappa alla vita. se vi avvicinate molto si aggrapperà a voi nel tentativo di restare a galla rischiando di tirarvi giù.
Ci sono delle prese, solitamente da sotto le spalle stando alle sue spalle. Se non siete addestrati il consiglio è di porgergli un salvagente o altro dispositivo galleggiante.

Se il mare è agitato e voi rischiate la vostra vita non avventuratevi in situazioni pericolose.

Come si soccorre un  persona che sta annegando una vota arrivato a riva:
La prima fase è il salvataggio.
Ovvero raggiungerlo in mezzo al mare e portarlo a riva.
In base a quanto tempo è trascorso, la persona potrebbe aver perso conoscenza ed essere in arresto cardiaco.
In questo caso non c’è tempo da perdere, bisogna iniziare il massaggio cardiaco ed usare un defibrillatore.
Ti suggeriamo di approfondire questi argomenti cliccando qui.

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